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Posts Tagged ‘Maputo’

Poelela Magazine 7

Poelela Magazine 7

Questo nuovo numero di Poelela Magazine esce con un po’ di ritardo!

Abbiamo voluto regalare ai nostri “followers” un numero davvero speciale, più ricco, in occasione del prossimo Natale. Oltre 100 pagine di racconti, curiosità, approfondimenti e fotografie si arricchiscono di una nuova rubrica di economia nella quale proviamo a descrivere il grande boom economico che sta investendo il Mozambico. 

E ancora… ampio spazio ai racconti dei viaggiatori. In questo numero Gianluca e Giovanna abbandonano i confort accidentali per attraversare il Mozambico da sud a nord con mezzi locali e di fortuna, perché la ragione stessa del viaggio é viaggiare (cit. Ivano Fossati). 

Siamo molto felici nel constatare che aumenta l’interesse nei confronti del nostro amato Mozambico, il numero di lettori e collaboratori del nostro magazine cresce ad ogni nuovo numero.  

Un ringraziamento davvero speciale a tutti

Buone Feste e felicitá per un fantastico 2015 da Laura, Nunzio e i collaboratori tutti di Poelela Magazine.

Ate ja

http://issuu.com/lagoapoelela/docs/poelela_magazine_n7_hd

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La capulana

“Capulana” è il nome che viene dato in Mozambico ai teli colorati che ogni donna possiede. Pare che la loro introduzione nel paese sia relativamente recente, circa due secoli, eppure senza le capulane il volto del Mozambico (e della maggior parte dei paesi africani) non sarebbe lo stesso.

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La parola Ostalgie nasce abbastanza presto dopo la “Svolta”, ovvero dopo la caduta del Muro di Berlino, quando nel 1993 è stata eletta come “Wort des Jahres” (Parola dell’anno). Essa fu forgiata dal cabarettista di Dresda, Uwe Steimler, il quale si è assicurato il marchio di questa parola il 25 Novembre 1992. Il grande dizionario Duden definisce il vocabolo come segue : “Ostalgie, la; [geb. aus Ost[Deutschland] (Germania dell’Est) e Nostalgie]: Nostalgia di determinate forme di vita nella ex RdT.

La nostalgia dei tempi della DDR, il fenomeno che fino a qualche tempo fa ha coinvolto parte della società tedesco-orientale che aveva vissuto (e lottato contro) il regime comunista di Ulbricht e Honecker, non è una particolarità solo tedesca. Fra i perdenti della transizione, coloro che nel cambio di sistema economico, politico e sociale, non sono riusciti a migliorare o mantenere le proprie posizioni sociali, ci sono anche i cosiddetti lavoratori stranieri, provenienti dai Paesi fratelli, che nella Germania del socialismo reale avevano trovato a loro modo l’America.

Regresado da Alemaña

Tra loro, oltre 16 mila lavoratori del Mozambico, giunti a Berlino Est nel 1979, grazie ad uno speciale accordo tra la Repubblica Democratica Tedesca e il Mozambico da altre nazioni comuniste. Caduto il regime, chiuse molte fabbriche per assenza di mercato, questi lavoratori hanno perduto il lavoro e, con esso, la possibilità di preservare il permesso di soggiorno nella Bundesrepublik riunificata. Hanno dovuto far le valige e tornare nelle proprie terre d’origine.
Se vi capita di passeggiare per la 24 de julho a Maputo intorno a mezzo giorno, ci si imbatte in un gruppo di persone che sfilano e rumoreggiano ogni mercoledì da oltre vent’anni da quell’evento accaduto a migliaia di chilometri dal Mozambico, che ha cambiato le loro vite.  «Oggi li chiamano Madgermanes», «tedeschi matti e furiosi, un appellativo affibbiatogli da parenti e amici al momento del rientro in patria per descriverne il temperamento focoso e la battaglia intrapresa contro il governo mozambicano».

Ex vetrai, ottici, muratori, operai nelle fabbriche tessili e nelle miniere, i Madgermanes hanno mantenuto in Mozambico usi e abitudini presi negli anni trascorsi in Germania: sono rimasti in contatto fra di loro, sono ben organizzati, hanno costituito una serie di associazioni sparse in tutto il Paese, parlano un buon tedesco e ricordano volentieri storie ambientate a Dresda o a Karl-Marx-Stadt, l’odierna Chemnitz. Quel tempo è rimasto impresso come l’età d’oro della loro vita. Dopo la caduta del Muro di Berlino, a oltre vent’anni da quell’evento accaduto a migliaia di chilometri dal Mozambico, le loro vite sono radicalmente cambiate.
Rientrati in patria, si sono dovuti organizzare per sostenere con più forza i loro diritti: la prima battaglia è stata quella di ottenere il pagamento del lavoro svolto nella Ddr. «I contratti stipulati fra i governi», prevedevano che una quota del salario, variabile dal 20 fino all’80% dell’intera somma, venisse corrisposta non direttamente al singolo lavoratore ma al governo mozambicano, con l’accordo che questi avrebbe poi corrisposto la cifra trattenuta una volta completato il periodo all’estero. Una sorta di deposito di risparmio, un bel gruzzolo mantenuto in cassaforte, da poter utilizzare una volta ritornati a casa assieme all’esperienza lavorativa maturata in Germania.
Le cose sono andate diversamente. Toccato il suolo mozambicano, i Madgermanes si sono visti per prima cosa confiscare i passaporti. Del denaro spettante neppure l’ombra. Si tratta di una cifra complessiva attorno ai 100 milioni di dollari, sparita nei meandri delle casse del governo di Maputo e che sarà difficile riuscire a ottenere. I documenti che regolavano i rapporti di lavoro sono andati perduti, risulta anche giuridicamente complesso determinare le quote spettanti a ogni singolo lavoratore.
La beffa non è arrivata dal nuovo sistema capitalistico, ma dal socialistissimo governo del Mozambico.

Nel quartier generale dei Madgermanes, la base central di Maputo, gli ex emigrati organizzano da anni la resistenza contro il governo, discutono animatamente le modalità di protesta, indicono manifestazioni, scrivono petizioni. Finora inutilmente. Negli anni, alla rabbia si è sovrapposta la rassegnazione. Oltre alla truffa dei soldi, i “tedeschi furiosi” non sono riusciti a trovare uno spazio nella società mozambicana e neppure a far valere l’esperienza maturata nell’industriale Germania dell’Est.

La maggior parte di loro è senza lavoro. Coloro che riescono a trovare un’occupazione, spesso sottopagata, devono nascondere il loro passato tedesco.

Le proteste contro il governo non hanno giovato: nel Paese sono considerati fra i più fieri oppositori al regime, un pessimo lasciapassare per gli imprenditori». Arrabbiati e furiosi.

 

http://www.madgermanes.com/

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Il 7 aprile è la festa della donna in Mozambico. Questa data commemora la morte di Josina Machel, moglie del primo presidente Samora Machel, uccisa nel 1971 durante la lotta armata per l’indipendenza. Josina è diventata la figura-simobolo delle donne mozambicane chiamate a “lottare” per la vita. Questo è un giorno speciale, per le strade si sentono musica e canti batuque; è bello vedere così tante donne cantare, danzare o chiacchierare avvolte nelle vivaci capulane dai mille colori tra le quali spunta quella col ritratto della loro eroina. Il 7 aprile è la loro festa e sono orgogliose di essere mulheres,  per un giorno possono abbandonare le fatiche quotidiane e dimenticare per qualche ora problemi e sacrifici. Si danno appuntamento nelle varie città per marciare verso le piazze degli eroi e deporre corone di fiori in memoria di Josina, la loro eroina. Ogni volto racconta una storia, nasconde una vita faticosa, rivendica una lotta, ma dove comincia questa lotta?

Maputo Mercato Municipal

Maputo Mercato Municipal

Vi è un impegno sempre maggiore da parte delle famiglie nel mandare le figlie femmine a scuola, affinché non rimanga un privilegio esclusivo dei maschi. L’istruzione e la conoscenza sono strumenti necessari per vivere la vita con dignità, per fare scelte consapevoli, per essere indipendenti, per realizzare i propri sogni. Le donne possono fare progetti per il loro futuro, possono ricoprire ruoli importanti e di responsabilità, possono essere ministre, deputate, insegnanti o dottoresse. La mulher è il nucleo della famiglia mozambicana, come in molte altre società africane: alleva i figli, lavora nei campi, cucina, raccoglie la legna per il fuoco e l’acqua, percorrendo a piedi ogni giorno decine e decine di chilometri. La sfida più ambita è il giusto riconoscimento del lavoro quotidiano delle donne. Lavorano senza orari, sottopagate e spesso sfruttate, senza diritto alle ferie né alla malattia o alla maternità. Altro grande obiettivo è la regolamentazione dei prezzi di mercato, attualmente vengono fissati dai commercianti senza regole precise da seguire, soprattutto nei villaggi più lontani dove le vie di comunicazione, poche e spesso inagibili, sono il pretesto per abbattere ulteriormente i prezzi.

Scelta del pesce sulla spiaggia di Vilankulos

Scelta del pesce sulla spiaggia di Vilankulos

Unite dalla solidarietà  queste donne lottano senza armi, non vogliono uccidere nessuno ma manifestare contro la violenza domestica, la povertà, l’analfabetismo e la mancanza di lavoro, certe che l’unica via di emancipazione per i lori figli sia l’istruzione. Sfilano per le strade sorridenti e piene di speranza mentre cantano “viva a mulher mocambicana!”

scelta e lavaggio del pesce. Vilankulos

Scelta e lavaggio del pesce. Vilankulos

questo come molti altri articoli sul Mozambico compaiono sul nuovo numero di Poelela Magazine

http://www.lagoapoelela.com/blog/poelela-magazine-n4/

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A pochi chilometri da Maputo, Doriano, un italiano che vive in Mozambico da più di trent’anni, gestisce la sua lavanderia industriale.

Tecnologia e mano d’opera si fondono in un contesto di archeologia industriale che ricorda la Torino degli anni settanta.

a pagina 30 del numero 4 di Poelela Magazine.

Lavanderia industriale a Machava

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Una delle leggende del calcio portoghese di tutti i tempi, che negli anni 60 fece grande il Benfica e la nazionale. Scudetti, Coppe dei Campioni, Pallone e Scarpa d’Oro, arriva dal Mozambico, dalla periferia di Lourenco Marques, oggi Maputo.

Eusebio

Nato a Lourenco Marques (oggi Maputo), sulle rive dell’Oceano Indiano, ultimo di otto figli, orfano di padre a cinque anni, cresciuto nella dura povertà che la madre poteva loro offrire. Il pallone lo calciava per strada, a piedi nudi per necessità, finché non entrò nello Sporting di Lourenco Marques, affiliato allo Sporting Club di Lisbona, che dunque lo considerava suo. Ma il Benfica lo sottrasse agli storici rivali con un colpo di mano pirata.

Così a sedici anni Eusebio trasferì la sua vita nella Lisbona sonnolenta e un po’ magica raccontata da Pessoa e dal talento nuovo di José Saramago, e cantata, con la triste nostalgia del fado, dalla voce giovane di Amalia Rodriguez, nei locali fumosi e umanissimi della città vecchia, lungo le stradine tortuose che salgono e scendono su per i quattro colli lungo i quali la città si snoda affacciata sull’Atlantico, Il giovane mozambicano non ebbe problemi di integrazione, ne calcistici né umani. Quella che era una finzione politica per lui era, e sempre più divenne una naturale realtà. Eusebio da Silva Ferreira era un giocatore del Benfica, cittadino portoghese, speranza fulgida di una nazionale che si affacciava per la prima volta alle grandi ribalte.

Eusebio la pantera nera

Era pigro e sonnolento il Portogallo, in quel finire degli anni Cinquanta, sotto la cappa vischiosa della lunga dittatura di Salazar che più che reprimere addormentava le coscienze in un tran tran quotidiano meschino come il suo conducator fatto, per i più, di ignoranza, religione, scarso reddito. E delle manie di grandezza sanguinose e un po’ ridicole che lo tenevano abbarbicato alle sue colonie africane, la Guinea e ilMozambico, ultime vestigia di un impero che un tempo aveva dominato l’Africa, l’Asia e il Sudamerica.
Il piccolo Portogallo degli incombenti anni Sessanta si attaccava coi denti a quei brandelli africani, fronteggiando una scarsa resistenza, che allora era solo agli albori, e perseguendo la pietosa bugia di una difficile integrazione, trapiantando nelle colonie religione, cultura, usi e costumi. E il fùtbol. L’unico campo in cui quel simulacro di integrazione funzionava davvero. I ragazzini negri o meticci copiavano il calcio dai colonizzatori e lo giocavano a piedi nudi nelle strade polverose o sulle spiagge della grande isola.
E i talent scouts venuti dal continente dirottavano i più dotati verso i locali clubs calcistici che erano poi le succursali delle grandi squadre lusitane, pronte ad accogliere i migliori.

E girarli poi magari alla Nazionale. Quella portoghese naturalmente, perché nell’ideologia corrente le colonie erano solo territori d’oltre mare, e gli abitanti cittadini europei, portoghesi in questo caso. Come detto, un sistema che funzionava. Per i più fortunati almeno.

Eusebio, lo chiamavano “la pantera nera”. E ci fu un tempo in cui la “pantera” prese il posto della “perla nera” sul trono precario del football. Era il tempo dei mondiali d’Inghilterra.

Un piovoso luglio del 1966. E nel Goodison Park di Liverpool l’abdicazione avvenne in diretta intercontinentale e assunse l’iconografia plastica di Pelé in ginocchio, malamente ferito da un intervento assassino e lui, Eusebio, che si avvicina e, chinandosi, gli pone sul capo la mano in un gesto che offre conforto e silenziosamente chiede scusa per l’intervento duro del compagno. E’ la fine del terzo mondiale di Pelé, la fine del Brasile sconfitto 3-1 da un Portogallo alla sua prima esperienza in una fase finale di Campionato del mondo. Un Portogallo che passa di vittoria in vittoria grazie ai gol a ripetizione del suo negretto timido che stupisce il mondo per la velocità delle sue trame e la sicurezza e la pericolosità delle sue manovre d’attacco.
L’incoronazione del nuovo sovrano avviene qualche giorno dopo, il 23 luglio, in una notte di gloria e miseria. Perché in quella sera d’estate, nello stadio della patria dei Beatles solo il talento e la grinta di Eusebio trasformarono in trionfo il disastro, e dissolsero l’incubo giallo della Corea che, dopo aver inflitto all’Italia la sconfìtta più umiliante della sua storia, stava sommergendo 3-0 gli increduli lusitani. Poi avvenne il miracolo. Partendo dalla destra o dalla sinistra, retrocedendo fin sotto la propria porta a cercare il pallone, con la fretta disperata che lo svantaggio impone, Eusebio si lancia in avanti con quella sua progressione morbida, felina, che gli ha guadagnato l’appellativo di “pantera”, infila in velocità uno, due, tre avversari e poi lascia partire il tiro che ha secco, potente, preciso. Segna quattro volte, su azione e su rigore; e offre a un compagno la palla del quinto gol.
Eusebio_1971
Alla folla piace chi segna, e il clamore del mondiale amplifica le gesta degli eroi della pedata, così il giovane mozambicano che «vibra por los goles», che «non ama discutere di tattiche, di posizioni, di piani per la battaglia», perché «a giocare e a segnare si diverte», viene di colpo considerato da tutti come più bravo di Pelé, più completo di lui, in possesso di un repertorio di gioco superiore, di più ampio respiro. Gli entusiasmi di un giorno illuminato dalla grazia e dal talento? Certamente. E infatti Pelé riprenderà presto il suo trono nell’immaginario collettivo.
Ed Eusebio, che proseguirà con la maglia del Benfica, la sua squadra di sempre, una carriera ricca di successi, ancora non lo sa ma ha raggiunto quella sera, nello stadio di Liverpool, il momento più alto della sua parabola di calciatore.
Aveva solo 24 anni, cinque anni di professionismo alle spalle, qualche scudetto e due Coppe dei Campioni strappate entrambe, nel 1961 e 1962, al Real Madrid di Puskas e Di Stefano, il primo stop al dominio continentale dello squadrone di Santiago Bernabeu.
Poi, mentre gli assi madridisti si spegnevano lentamente sotto il peso della fatica moltiplicata dagli anni, la stella del giovane Eusebio brillava nel cielo di Amsterdam, quel 2 maggio 1962, segnando, in finale di partita, i due gol che fissavano il punteggio su 5-3 e regalavano al Benfica la seconda Coppa dei Campioni. Altre due le aveva perse, nel ’63 e nel ’65, in finale contro il Milan di Altafini e Rivera e contro l’Inter di Herrera.
Perché Eusebio da Silva Ferreira è stato campione in un’epoca di campioni, ha sfiorato l’ultimo splendore dei Di Stefano, Gento, Puskas, Santamaria, ha giostrato nell’epoca dei Garrincha, Altafini, Suarez, Bobby Charlton, Beckenbauer, Rivera, Pelé, coetaneo di Zoff, Facchetti e Mazzola. Tutti quelli che, a suo dire, mancano al calcio attuale. E lamenta quella penuria che «al giorno d’oggi porta i tecnici a privilegiare il collettivo e il risultato». Lui, l’uomo che ha conquistato 11 scudetti, 5 Coppe del Portogallo, le suddette Coppe dei Campioni, 7 volte capocannoniere portoghese, Pallone d’oro nel 1965, Scarpa d’oro mondiale 1966, capocannoniere ai mondiali d’Inghilterra con 9 gol, 313 reti in 291 gare con il Benfica (una media di 1,08 a partita), 64 presenze in Nazionale e 41 gol (record portoghese), che appese le scarpe al chiodo nel 1975 per poi riprenderle e concedersi due anni di esperienza americana, prima di tornare a Lisbona entrando con mansioni varie nello staff tecnico del Benfica.

Fonte: www.storiedicalcio.altervista.org/eusebio.html

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Samora Machel

Oggi 19 ottobre 2012, ricorre il 26-esimo anniversario della morte del primo presidente del Mozambico Samora Machel. L’aereo presidenziale, un Tupolev TU-134 di fabbricazione sovietica, la notte del 19 ottobre 1986, si schiantò 150 metri all’interno del territorio Sud Africano, contro una collina vicino alle montagne Lebombo, nella zona Mbuzini. Ci furono solo nove sopravvissuti; Machel e altre 24 persone (inclusi membri del governo) morirono. Diverse fonti sollevarono il sospetto che il regime del Sudafrica fosse coinvolto, ma le indagini (condotte congiuntamente da Sudafrica, Mozambico, l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile e l’Unione Sovietica) non giunsero mai a una prova conclusiva in merito (solo la delegazione sovietica sostenne apertamente il coinvolgimento del Sudafrica). Il governo Mandela, all’indomani della caduta del regime bianco dell’apartheid, riaprì le indagini nel contesto dei lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione; anche in questo caso la questione non fu risolta. La vedova di Machel, Graça Machel, sta ancora portando avanti le ricerche (nel 1998, Graça Machel ha sposato Mandela, diventando first lady del Sudafrica dopo esserlo stata del Mozambico).

Nel 2007, Jacinto Veloso, uno dei più fedeli alleati di Machel nel Frelimo, ha pubblicato le sue memorie (Memórias em Voo Rasante, editore: Papa-Letras, Lisbona), dove afferma che la morte d

el presidente del Mozambico è stata dovuta ad una cospirazione tra i servizi segreti sudafricani e sovietici, che avrebbero delle ragioni per eliminarlo.

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