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 Ploceus subaureus  (Smith, A, 1839)

Tessitore Dorato

Tessitore Dorato

Africa Golden-Weaver

African Golden Weaver

African Golden Weaver

Classe: Aves
Ordine: Passeriformes
Famiglia: Ploceidae
Genere: Ploceidae Cuvier
Specie: Ploceus subaureus
Tessitore Dorato sugli alberi della Lagoa

Tessitore Dorato sugli alberi della Lagoa

Feeding

Feeding

feeding parte 2

feeding parte 2

Da alcuni giorni, gli alberi intorno alla nostra casa in Mozambico, sulle rive del Lagoa Poelela nella provincia di Inhambane, si sono popolati di una miriade di macchie gialle.

Ploceus Subaureus

Ploceus Subaureus

Sono i tessitori dorati nome scientifico Ploceus subaureus in inglese Africa Golden-Weaver (Smith, A, 1839)

Sono dei Passeriformi della famiglia delle Ploceidae.

African Golden Weaver

African Golden Weaver

Sono quasi completamente giallo pallido, la parte superiore leggermente più verde quando non sono nella stagione dell’amore, gli immaturi assomigliano alle femmine. I maschi hanno gli occhi rossi, le femmine tendente al marrone.

African Golden Weaver

African Golden Weaver

Vivono in coppie e stormi sul litorale orientale dell’Africa sub equatoriale in Kenya, Malawi, Mozambico, Sud Africa e Tanzania.

Si spostano verso l’interno lungo i fiumi.

African Golden Weaver

African Golden Weaver

L’accoppiamento avviene in canneti e alberi sul fiume e le lagune, quando non sono nel periodo di accoppiamento si spostano nella boscaglia fluviale e il bosco adiacente.

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Anthreptes Collaris (Vieillot, 1819)

Collared Sunbird

Nettarina dal Collare

Nettarina dal Collare

Classe: Aves
Ordine: Passeriformes
Famiglia: Nectariniidae
Genere: Hedydipna
Specie: H. collaris

La Nettarina dal Collare è infatti prevalentemente insettivora. Il suo volo grazie alle ali corte è veloce e diretto. La maggior parte delle specie di Nettarine, può prendere il nettare in Hovering (sbattendo le ali sospese nell’aria) come fa il Colibrì, ma di solito si appoggia sui rami per alimentarsi la maggior parte del tempo.

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http://issuu.com/lagoapoelela/docs/poelela_magazine_n5/33

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Canti e danze ad un matrimonio africano

Canti e danze ad un matrimonio africano

Domenica 29 settembre 2013 al Lagoa Poelela distretto di Nhautse, Inharrime, nella provincia di Inhambane, si è celebrato l’evento dell’anno, Ozeia 73 anni, capo villaggio del distretto,   ha sposato Lucy di anni 40 o giù di lì.

Il matrimonio è prima di tutto una grande festa che tende a sancire unioni che molto spesso hanno lunghe convivenze alle spalle ed un certo numero di figli (nella fattispecie Ozeia ne vanta al suo attivo ben 15).

Il rituale dura tre giorni, la festa ha inizio il venerdì sera con la cena nel villaggio della futura sposa, per l’occasione la famiglia di Lucy ha ucciso una vacca. I festeggiamenti si protraggono fino a notte fonda con la musica sparata al massimo tra danze, chiacchiere e risa.

Il sabato c’è la presentazione ufficiale delle famiglie degli sposi. Al cerimoniale segue la consegna dei regali di nozze ed il pranzo.

La domenica la festa si sposta per terminare nel villaggio dello sposo, qui sono stati  sacrificati un capretto e qualche gallina per il banchetto nuziale.

La mattinata passa coi preparativi del pranzo, le donne cucinano il riso, i polli e la verdura, gli uomini hanno macellato il capretto con cui le donne preparano il carril de cabrito (spezzatino di capretto con patate), i bambini si rincorrono allegramente rotolandosi nella terra.

Gli sposi ballano mentre accolgono e salutano gli ospiti.

Verso mezzogiorno comincia la cerimonia. L’evento somiglia molto ad una rappresentazione teatrale in cui personaggi e scene si susseguono in un copione ben preciso.

I personaggi che recitano in questo spettacolo sono i seguenti:

Attori protagonisti

La sposa Lucy

Lo sposo Ozeia (Madala)

O Diretor do Casamento Dama, ovvero il bravo presentatore, colui che coordina e annuncia tutte le fasi del matrimonio

Il Pastore messaggero di Dio

Attori protagonisti muti

L’assistente dello sposo Ozeia pequenho

L’assistente della sposa Gracia

Ad essi spetta il ruolo di assistere gli sposi durante il matrimonio ma anche nei giorni precedenti. Hanno curato le acconciature e la vestizione degli sposi e si occupano di soddisfare qualsiasi loro richiesta, compresa quella di essere accompagnati al bagno!

La Madrina Slumira

Cantanti e ballerini

I bambini e i ragazzi, coadiuvati da Dama, introducono con danze e canzoni ogni nuova scena del matrimonio

Comparse

L’intera famiglia di Ozeia, figli, nuore, generi, nipoti, nipoti bis e tris partecipano al matrimonio. Le donne in particolare sono parte attiva della coreografia, sono meravigliose mentre cantano e ballano avvolte nelle loro capulanas colorate. Ogni gruppo ha la propria quale segno distintivo di relazione parentale con lo sposo: figlie, nuore o nipoti.

Gli uomini seduti in cerchio attorno al tavolo, all’ombra di un enorme mango, assistono all’intera cerimonia.

Spettatori

noi, Laura e Nunzio

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http://issuu.com/lagoapoelela/docs/poelela_magazine_n5/5

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La parola Ostalgie nasce abbastanza presto dopo la “Svolta”, ovvero dopo la caduta del Muro di Berlino, quando nel 1993 è stata eletta come “Wort des Jahres” (Parola dell’anno). Essa fu forgiata dal cabarettista di Dresda, Uwe Steimler, il quale si è assicurato il marchio di questa parola il 25 Novembre 1992. Il grande dizionario Duden definisce il vocabolo come segue : “Ostalgie, la; [geb. aus Ost[Deutschland] (Germania dell’Est) e Nostalgie]: Nostalgia di determinate forme di vita nella ex RdT.

La nostalgia dei tempi della DDR, il fenomeno che fino a qualche tempo fa ha coinvolto parte della società tedesco-orientale che aveva vissuto (e lottato contro) il regime comunista di Ulbricht e Honecker, non è una particolarità solo tedesca. Fra i perdenti della transizione, coloro che nel cambio di sistema economico, politico e sociale, non sono riusciti a migliorare o mantenere le proprie posizioni sociali, ci sono anche i cosiddetti lavoratori stranieri, provenienti dai Paesi fratelli, che nella Germania del socialismo reale avevano trovato a loro modo l’America.

Regresado da Alemaña

Tra loro, oltre 16 mila lavoratori del Mozambico, giunti a Berlino Est nel 1979, grazie ad uno speciale accordo tra la Repubblica Democratica Tedesca e il Mozambico da altre nazioni comuniste. Caduto il regime, chiuse molte fabbriche per assenza di mercato, questi lavoratori hanno perduto il lavoro e, con esso, la possibilità di preservare il permesso di soggiorno nella Bundesrepublik riunificata. Hanno dovuto far le valige e tornare nelle proprie terre d’origine.
Se vi capita di passeggiare per la 24 de julho a Maputo intorno a mezzo giorno, ci si imbatte in un gruppo di persone che sfilano e rumoreggiano ogni mercoledì da oltre vent’anni da quell’evento accaduto a migliaia di chilometri dal Mozambico, che ha cambiato le loro vite.  «Oggi li chiamano Madgermanes», «tedeschi matti e furiosi, un appellativo affibbiatogli da parenti e amici al momento del rientro in patria per descriverne il temperamento focoso e la battaglia intrapresa contro il governo mozambicano».

Ex vetrai, ottici, muratori, operai nelle fabbriche tessili e nelle miniere, i Madgermanes hanno mantenuto in Mozambico usi e abitudini presi negli anni trascorsi in Germania: sono rimasti in contatto fra di loro, sono ben organizzati, hanno costituito una serie di associazioni sparse in tutto il Paese, parlano un buon tedesco e ricordano volentieri storie ambientate a Dresda o a Karl-Marx-Stadt, l’odierna Chemnitz. Quel tempo è rimasto impresso come l’età d’oro della loro vita. Dopo la caduta del Muro di Berlino, a oltre vent’anni da quell’evento accaduto a migliaia di chilometri dal Mozambico, le loro vite sono radicalmente cambiate.
Rientrati in patria, si sono dovuti organizzare per sostenere con più forza i loro diritti: la prima battaglia è stata quella di ottenere il pagamento del lavoro svolto nella Ddr. «I contratti stipulati fra i governi», prevedevano che una quota del salario, variabile dal 20 fino all’80% dell’intera somma, venisse corrisposta non direttamente al singolo lavoratore ma al governo mozambicano, con l’accordo che questi avrebbe poi corrisposto la cifra trattenuta una volta completato il periodo all’estero. Una sorta di deposito di risparmio, un bel gruzzolo mantenuto in cassaforte, da poter utilizzare una volta ritornati a casa assieme all’esperienza lavorativa maturata in Germania.
Le cose sono andate diversamente. Toccato il suolo mozambicano, i Madgermanes si sono visti per prima cosa confiscare i passaporti. Del denaro spettante neppure l’ombra. Si tratta di una cifra complessiva attorno ai 100 milioni di dollari, sparita nei meandri delle casse del governo di Maputo e che sarà difficile riuscire a ottenere. I documenti che regolavano i rapporti di lavoro sono andati perduti, risulta anche giuridicamente complesso determinare le quote spettanti a ogni singolo lavoratore.
La beffa non è arrivata dal nuovo sistema capitalistico, ma dal socialistissimo governo del Mozambico.

Nel quartier generale dei Madgermanes, la base central di Maputo, gli ex emigrati organizzano da anni la resistenza contro il governo, discutono animatamente le modalità di protesta, indicono manifestazioni, scrivono petizioni. Finora inutilmente. Negli anni, alla rabbia si è sovrapposta la rassegnazione. Oltre alla truffa dei soldi, i “tedeschi furiosi” non sono riusciti a trovare uno spazio nella società mozambicana e neppure a far valere l’esperienza maturata nell’industriale Germania dell’Est.

La maggior parte di loro è senza lavoro. Coloro che riescono a trovare un’occupazione, spesso sottopagata, devono nascondere il loro passato tedesco.

Le proteste contro il governo non hanno giovato: nel Paese sono considerati fra i più fieri oppositori al regime, un pessimo lasciapassare per gli imprenditori». Arrabbiati e furiosi.

 

http://www.madgermanes.com/

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A pochi chilometri da Maputo, Doriano, un italiano che vive in Mozambico da più di trent’anni, gestisce la sua lavanderia industriale.

Tecnologia e mano d’opera si fondono in un contesto di archeologia industriale che ricorda la Torino degli anni settanta.

a pagina 30 del numero 4 di Poelela Magazine.

Lavanderia industriale a Machava

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Martin Scorsese alla Mole Antonelliana

Martin Scorsese alla Mole Antonelliana

Una coproduzione Deutsche Kinemathek e Museo Nazionale del Cinema, rende omaggio al genio artistico di Martin Scorsese.

I pantaloncini e i guantoni indossati da De Niro in Toro scatenato, i disegni dei tatuaggi che caratterizzarono il personaggio di Cape fear, il costume indossato da Cate Blanchett in The aviator, dove ricopriva il ruolo di Katharine Hepburn, le scenografie di Gangs of New York disegnate da Dante Ferretti, per celebrare un grande nome del cinema mondiale, ovvero Martin Scorsese.

La Deutsche Kinemathek, il Museo del cinema e della televisione di Berlino, a dedicato dal 10 gennaio al 12 maggio una mostra al grande regista Italo americano. L’esposizione oggi è ospitata nella Mole Antonelliana sede del Museo del Cinema di Torino.

Toro Scatenato

Toro Scatenato

Tre corde in primo piano, due di sfondo, una fitta nebbia, disegnano un pentagramma su un foglio sporco, la Cavalleria Rusticana – Intermezzo di Pietro Mascagni.

Un essere strano danza, salta, si piega e si fa spazio nella nebbia con movenze armoniose al rallentatore, una corda dell’accappatoio si muove casualmente, sembra una coda, la coda del toro del Toro Scatenato.

Il fumo viene bucato dai flash delle macchine fotografiche, inizia ad intravedersi anche il pubblico.

Toro Scatenato

The Bronx, New York City. Interno Giorno.

Siamo nel 1941, in un appartamento in cui è arrivato Joe, fratello minore del pugile Jake, ancora amareggiato per la sconfitta immeritata ai punti, rimediata contro Jimmy Reeves sul cammino per la conquista del titolo mondiale dei pesi medi.

Joe: – … Dammi retta, lascia perdere Reeves. Avrai un altro milione d’incontri da fare, ma… ma non puoi continuare così. Si può sapere che hai? C’è qualcosa che non funziona, eh? Cos’è che non va?

Jake: – Che cos’è che non va? Le mie mani.

Joe: – Le tue mani? Ma che dici?

Jake (osservando, deluso, le proprie mani): – C’ho le mani piccole. C’ho le mani di una ragazzina.

Joe: – Ce le ho anch’io, che significa!

Jake: – Sai che significa? Che anche se divento grosso, anche se batto tutti, qualunque cosa faccio, io non potrò mai combattere con Joe Louis.

Joe: – Certo, lui è un massimo, tu sei un medio, lo credo.

Jake: – Non avrò mai l’occasione di combattere con il migliore che esiste e invece io so che sono meglio di lui. E non avrò mai quest’occasione. E tu mi chiedi cos’è che non va…

Joe: – Senti, tu sei pazzo solo a pensarla una cosa simile: quello è un massimo, grazie al cazzo, tu sei un medio. Non succederà mai, eh. Perché ti ci stai a rodere il fegato? Non è normale.

Jake: – Fammi un piacere.

Joe: – Che vuoi?

Jake: – Voglio che mi colpisci in faccia.

Taxidriver

Taxidriver

Travis Bickle

[…] Ogni volta che riporto la macchina in garage devo ripulire i sedili, sono sempre impiastrati. Certe volte c’è anche del sangue.

[…] Dodici ore al volante e non riesco a dormire… Porco mondo! I giorni sono interminabili, non finiscono mai.

[…] Io ho sempre sentito il bisogno di avere uno scopo nella vita, non credo che uno possa dedicarsi solo a se stesso, al proprio benessere. Secondo me uno deve cercare di avvicinarsi alle altre persone.

[…] La prima volta che la vidi fu all’ufficio della campagna elettorale per Palantine a Broadway. Aveva un vestito tutto bianco e mi apparì come un angelo in mezzo a tutto quel sozzume, è sola ma loro non osano neanche sfiorarla.

Gangs of New York

Gangs of New York

Gangs of New York

Gangs of New York

Gangs of New York

Gangs of New York

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Più di diecimila persone sfilano e marciano tra via San Donato e piazza Castello, per il Gay Pride torinese. Punto focale della manifestazione è la famiglia, motto della manifestazione VORREI MA NON POSSO.

 

Family Day

Family Day

 

Ogni singola associazione ha le sue Drag Queen che svettano su tacchi vertiginosi.

 

Drag Queen

Drag Queen

 

Milk&Coffe

Milk&Coffe

 

La Divina

La Divina

 

Stile

Stile

 

La Scuola

La Scuola

 

 

 

 

 

 

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Una delle leggende del calcio portoghese di tutti i tempi, che negli anni 60 fece grande il Benfica e la nazionale. Scudetti, Coppe dei Campioni, Pallone e Scarpa d’Oro, arriva dal Mozambico, dalla periferia di Lourenco Marques, oggi Maputo.

Eusebio

Nato a Lourenco Marques (oggi Maputo), sulle rive dell’Oceano Indiano, ultimo di otto figli, orfano di padre a cinque anni, cresciuto nella dura povertà che la madre poteva loro offrire. Il pallone lo calciava per strada, a piedi nudi per necessità, finché non entrò nello Sporting di Lourenco Marques, affiliato allo Sporting Club di Lisbona, che dunque lo considerava suo. Ma il Benfica lo sottrasse agli storici rivali con un colpo di mano pirata.

Così a sedici anni Eusebio trasferì la sua vita nella Lisbona sonnolenta e un po’ magica raccontata da Pessoa e dal talento nuovo di José Saramago, e cantata, con la triste nostalgia del fado, dalla voce giovane di Amalia Rodriguez, nei locali fumosi e umanissimi della città vecchia, lungo le stradine tortuose che salgono e scendono su per i quattro colli lungo i quali la città si snoda affacciata sull’Atlantico, Il giovane mozambicano non ebbe problemi di integrazione, ne calcistici né umani. Quella che era una finzione politica per lui era, e sempre più divenne una naturale realtà. Eusebio da Silva Ferreira era un giocatore del Benfica, cittadino portoghese, speranza fulgida di una nazionale che si affacciava per la prima volta alle grandi ribalte.

Eusebio la pantera nera

Era pigro e sonnolento il Portogallo, in quel finire degli anni Cinquanta, sotto la cappa vischiosa della lunga dittatura di Salazar che più che reprimere addormentava le coscienze in un tran tran quotidiano meschino come il suo conducator fatto, per i più, di ignoranza, religione, scarso reddito. E delle manie di grandezza sanguinose e un po’ ridicole che lo tenevano abbarbicato alle sue colonie africane, la Guinea e ilMozambico, ultime vestigia di un impero che un tempo aveva dominato l’Africa, l’Asia e il Sudamerica.
Il piccolo Portogallo degli incombenti anni Sessanta si attaccava coi denti a quei brandelli africani, fronteggiando una scarsa resistenza, che allora era solo agli albori, e perseguendo la pietosa bugia di una difficile integrazione, trapiantando nelle colonie religione, cultura, usi e costumi. E il fùtbol. L’unico campo in cui quel simulacro di integrazione funzionava davvero. I ragazzini negri o meticci copiavano il calcio dai colonizzatori e lo giocavano a piedi nudi nelle strade polverose o sulle spiagge della grande isola.
E i talent scouts venuti dal continente dirottavano i più dotati verso i locali clubs calcistici che erano poi le succursali delle grandi squadre lusitane, pronte ad accogliere i migliori.

E girarli poi magari alla Nazionale. Quella portoghese naturalmente, perché nell’ideologia corrente le colonie erano solo territori d’oltre mare, e gli abitanti cittadini europei, portoghesi in questo caso. Come detto, un sistema che funzionava. Per i più fortunati almeno.

Eusebio, lo chiamavano “la pantera nera”. E ci fu un tempo in cui la “pantera” prese il posto della “perla nera” sul trono precario del football. Era il tempo dei mondiali d’Inghilterra.

Un piovoso luglio del 1966. E nel Goodison Park di Liverpool l’abdicazione avvenne in diretta intercontinentale e assunse l’iconografia plastica di Pelé in ginocchio, malamente ferito da un intervento assassino e lui, Eusebio, che si avvicina e, chinandosi, gli pone sul capo la mano in un gesto che offre conforto e silenziosamente chiede scusa per l’intervento duro del compagno. E’ la fine del terzo mondiale di Pelé, la fine del Brasile sconfitto 3-1 da un Portogallo alla sua prima esperienza in una fase finale di Campionato del mondo. Un Portogallo che passa di vittoria in vittoria grazie ai gol a ripetizione del suo negretto timido che stupisce il mondo per la velocità delle sue trame e la sicurezza e la pericolosità delle sue manovre d’attacco.
L’incoronazione del nuovo sovrano avviene qualche giorno dopo, il 23 luglio, in una notte di gloria e miseria. Perché in quella sera d’estate, nello stadio della patria dei Beatles solo il talento e la grinta di Eusebio trasformarono in trionfo il disastro, e dissolsero l’incubo giallo della Corea che, dopo aver inflitto all’Italia la sconfìtta più umiliante della sua storia, stava sommergendo 3-0 gli increduli lusitani. Poi avvenne il miracolo. Partendo dalla destra o dalla sinistra, retrocedendo fin sotto la propria porta a cercare il pallone, con la fretta disperata che lo svantaggio impone, Eusebio si lancia in avanti con quella sua progressione morbida, felina, che gli ha guadagnato l’appellativo di “pantera”, infila in velocità uno, due, tre avversari e poi lascia partire il tiro che ha secco, potente, preciso. Segna quattro volte, su azione e su rigore; e offre a un compagno la palla del quinto gol.
Eusebio_1971
Alla folla piace chi segna, e il clamore del mondiale amplifica le gesta degli eroi della pedata, così il giovane mozambicano che «vibra por los goles», che «non ama discutere di tattiche, di posizioni, di piani per la battaglia», perché «a giocare e a segnare si diverte», viene di colpo considerato da tutti come più bravo di Pelé, più completo di lui, in possesso di un repertorio di gioco superiore, di più ampio respiro. Gli entusiasmi di un giorno illuminato dalla grazia e dal talento? Certamente. E infatti Pelé riprenderà presto il suo trono nell’immaginario collettivo.
Ed Eusebio, che proseguirà con la maglia del Benfica, la sua squadra di sempre, una carriera ricca di successi, ancora non lo sa ma ha raggiunto quella sera, nello stadio di Liverpool, il momento più alto della sua parabola di calciatore.
Aveva solo 24 anni, cinque anni di professionismo alle spalle, qualche scudetto e due Coppe dei Campioni strappate entrambe, nel 1961 e 1962, al Real Madrid di Puskas e Di Stefano, il primo stop al dominio continentale dello squadrone di Santiago Bernabeu.
Poi, mentre gli assi madridisti si spegnevano lentamente sotto il peso della fatica moltiplicata dagli anni, la stella del giovane Eusebio brillava nel cielo di Amsterdam, quel 2 maggio 1962, segnando, in finale di partita, i due gol che fissavano il punteggio su 5-3 e regalavano al Benfica la seconda Coppa dei Campioni. Altre due le aveva perse, nel ’63 e nel ’65, in finale contro il Milan di Altafini e Rivera e contro l’Inter di Herrera.
Perché Eusebio da Silva Ferreira è stato campione in un’epoca di campioni, ha sfiorato l’ultimo splendore dei Di Stefano, Gento, Puskas, Santamaria, ha giostrato nell’epoca dei Garrincha, Altafini, Suarez, Bobby Charlton, Beckenbauer, Rivera, Pelé, coetaneo di Zoff, Facchetti e Mazzola. Tutti quelli che, a suo dire, mancano al calcio attuale. E lamenta quella penuria che «al giorno d’oggi porta i tecnici a privilegiare il collettivo e il risultato». Lui, l’uomo che ha conquistato 11 scudetti, 5 Coppe del Portogallo, le suddette Coppe dei Campioni, 7 volte capocannoniere portoghese, Pallone d’oro nel 1965, Scarpa d’oro mondiale 1966, capocannoniere ai mondiali d’Inghilterra con 9 gol, 313 reti in 291 gare con il Benfica (una media di 1,08 a partita), 64 presenze in Nazionale e 41 gol (record portoghese), che appese le scarpe al chiodo nel 1975 per poi riprenderle e concedersi due anni di esperienza americana, prima di tornare a Lisbona entrando con mansioni varie nello staff tecnico del Benfica.

Fonte: www.storiedicalcio.altervista.org/eusebio.html

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Samora Machel

Oggi 19 ottobre 2012, ricorre il 26-esimo anniversario della morte del primo presidente del Mozambico Samora Machel. L’aereo presidenziale, un Tupolev TU-134 di fabbricazione sovietica, la notte del 19 ottobre 1986, si schiantò 150 metri all’interno del territorio Sud Africano, contro una collina vicino alle montagne Lebombo, nella zona Mbuzini. Ci furono solo nove sopravvissuti; Machel e altre 24 persone (inclusi membri del governo) morirono. Diverse fonti sollevarono il sospetto che il regime del Sudafrica fosse coinvolto, ma le indagini (condotte congiuntamente da Sudafrica, Mozambico, l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile e l’Unione Sovietica) non giunsero mai a una prova conclusiva in merito (solo la delegazione sovietica sostenne apertamente il coinvolgimento del Sudafrica). Il governo Mandela, all’indomani della caduta del regime bianco dell’apartheid, riaprì le indagini nel contesto dei lavori della Commissione per la Verità e la Riconciliazione; anche in questo caso la questione non fu risolta. La vedova di Machel, Graça Machel, sta ancora portando avanti le ricerche (nel 1998, Graça Machel ha sposato Mandela, diventando first lady del Sudafrica dopo esserlo stata del Mozambico).

Nel 2007, Jacinto Veloso, uno dei più fedeli alleati di Machel nel Frelimo, ha pubblicato le sue memorie (Memórias em Voo Rasante, editore: Papa-Letras, Lisbona), dove afferma che la morte d

el presidente del Mozambico è stata dovuta ad una cospirazione tra i servizi segreti sudafricani e sovietici, che avrebbero delle ragioni per eliminarlo.

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A volte rompere il tubo dell’olio del cambio automatico della tua Toyota, può rivelarsi un occasione per un reportage su un meccanico di Masinga.

Mozambico

Masinga è una cittadina che si estende per alcuni chilometri sulla N1. Vi si trova un pittoresco mercato diverse stazioni di servizio e un’infinità di “Spare parts”.

Mozambico Lagoa Poelela Resort

Pare che questa città sia il centro nevralgico del commercio di autovetture usate e pezzi di ricambio.

Mozambico

Se proprio la tua macchina si deve rompere, non c’è posto migliore!!!

Mozambico

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